Non è solo questione di mani o di cose da fare. Si chiama “laboratorio” , uno spazio per creare, per inventare, per colorare, cucire, ricamare…ma non solo, altrimenti io me ne sarei stata lì, con le mani in mano, a guardare le altre con i loro lavoretti da  finire, o le perline da infilare. Come una osservatrice esterna,  una semplice spettatrice a cui alla fine interessa vedere un prodotto, un risultato, qualcosa. Anche se poi non è completo, anche se poi non è finito. Ma almeno ha bisogno di vedere che qualcosa si è fatto, che il tempo non è stato sprecato, che è stato speso bene. Invece la differenza sta proprio qui: nella scelta tra l’oggetto o il progetto, tra la cosa da fare o il cominciare,  tra lo sforzarsi di essere utili o il coinvolgersi, l’impegnarsi. E sono stata coinvolta anche io in questa scelta appena arrivata qui. Se avessi contato su quello che sapevo fare, sulla mia capacità manuale, creativa, su quello che avrei saputo insegnare, o se avessi  dovuto avere l’esperienza necessaria, la competenza per stare con le pazienti o le signore che frequentano il Pellicano, se avessi dovuto dimostrare una qualsiasi predisposizione a prendermi cura degli altri…sarei certamente rimasta delusa da questa esperienza perché mi avrebbe richiesto una grande fatica per poi ottenere scarsi risultati, per poi accorgermi che quello che cercavo…era sentirmi brava. “Brava Stefania, hai fatto un’opera buona”. Se tornando a casa, fosse stata questo l’unico dialogo con me stessa forse mi sarei sentita in pace, a posto, ma, in  fondo poi, sarei rimasta la stessa di prima, sarebbe stata una esperienza che non mi avrebbe toccato in profondità come invece è accaduto.

Cos’è stato allora a toccarmi, a incidere il superficiale buonismo, la bella facciata? E’ stato l’essere accolta in un luogo “di tutti”, dove non ci sono distinzioni, steccati, tra chi dà e chi riceve, non ci sono ruoli così impermeabili, ma chi c’è mette in gioco se stesso,non rimane in disparte, non sta a guardare. Chi viene al laboratorio, infatti, si mette a sedere allo stesso tavolo. A volte siamo in pochi, a volte invece ci stringiamo perché non bastano le sedie. Se lo spazio fisico è poco, è grande la libertà che è data a ciascuno, è uno spazio familiare, dove viene spontaneo, naturale, mentre si lavora, cominciare a conoscersi, comunicare, ascoltare, interessarsi. Così, pian piano ci si avvicina, non solo perché sappiamo qualcosa in più gli uni degli altri, o perché io comincio ad accorgermi di più delle fragilità o dei limiti delle pazienti, non solo perché mi dicono cosa hanno fatto il giorno prima, una bella passeggiata o un litigio in famiglia…no, a farmi sentire le loro vite vicine alla mia non è neanche il nascere di una simpatia né tantomeno di una sfumatura di compassione per le loro miserie. Non è stato facile per me così attenta a quello che provo, a ciò che più o meno mi coinvolge il cuore, capire che non era il muoversi dei sentimenti ad accorciare le distanze. Ciò che  ci univa invece era il percepire di essere così tanto simili da accorgersi che ogni diversità diventava minima. Simili cioè, perché sullo stesso cammino. Diverse infatti erano le età, le provenienze, le storie, le ferite, le fragilità, i doni di ognuno, eppure tutti, allo stesso modo, ci trovavamo di fronte ad un comune  e ripetuto inizio. Quale che fosse stata la settimana trascorsa, quale che fosse il motivo per cui ci ritrovavamo lì, la fatica che stavamo vivendo, proprio dentro tutti i limiti esterni o interni, sopportabili o pesanti, ben visibili o nascosti, dentro questa piccola stanza, dentro le nostre mani più o meno esperte, noi ci ritrovavamo un tesoro di possibilità, e questa era la nostra meravigliosa e sorprendente ricchezza . Perché nessuno di noi può dire di essere arrivato, di essere, in se stesso, un “prodotto finito”. Noi siamo tanto vicini perché nessuno di noi è chiuso in un “ormai” ma è inevitabilmente proteso verso il nuovo, l’inedito, il futuro. Come diceva Herder  “noi non siamo propriamente uomini ma lo diventiamo”. E nessuno ne è escluso…per questo io riconosco che le nostre diversità in fondo ci hanno avvicinato, e che non è stato tanto importante riuscire o no a ricamare un fiore o a colorare dentro i contorni di un disegno…ma l’importante è che io stessa  abbia scelto o che  qualcun altro mi abbia mostrato la bellezza di scegliere di essere viva, di essere persona. Persona, anche se segnata gravemente da una malattia; persona, con una vita che ha sempre dignità, che ha senso, che, pur nell’estrema povertà non può che  custodire almeno una scintilla, un seme, dai quali ogni giorno si può ricominciare. E (permettetemi una personale opinione) a chi grida che la più alta libertà umana è chiamare la morte “buona”,come un  “bene”, c’è chi tenacemente, ma senza far rumore, afferma che è la vita ad avere sempre – anche se duole- un valore.  E questo, anche se non mi autorizza affatto a giudicare, mi fa pensare almeno a  quanto ci preoccupiamo di come dovrà essere il momento della nostra “fine” e a quanto poco prestiamo attenzione a quei momenti in cui, scoprendo qualcosa del mondo, degli altri o del cuore, noi potremo invece “rinascere”. Ogni volta che prendo una stoffa e la penso un vestito, ogni volta che coloro un foglio bianco, ogni volta che un altro mi chiede “posso fare qualcosa, posso dare una mano?”…questo io intendo col dire “rinasco”: quando continuo a plasmare quell’opera mai conclusa che io sono, oppure quando mi supero, quando mi stupisco.

Così io ho vissuto questi miei due mesi al laboratorio del Pellicano. Due mesi in cui credevo sarei stata io ad offrire “una mattinata”e invece mi son ritrovata a ricevere il dono di un tempo moltiplicato, arricchito, dal gusto di imparare a sentire la vita come qualcosa di buono  da scegliere, a cui dedicarsi. Il gusto di scoprire che si può venire alla luce ogni giorno e che dà una incredibile gioia sostenere dell’altro ogni inizio, ogni piccolo passo, ogni gesto che dice “io esisto, sono qua e ,come un verbo al gerundio, io sto diventando, scoprendo, il mistero della mia persona…”

Io non so se c’è qualcosa di più bello da ammirare in questo mondo del mistero della vita umana, per questo bisogna spendersi, impegnarsi in tutti i modi con tutti i mezzi a custodirlo. Ed è questa alta, difficile e delicata missione ad unire il Pellicano alle Suore francescane di Gesù Bambino. Per questo motivo ho sempre sentito di stare in questo luogo portando me stessa ma non solo: la fraternità di Perugia insieme a questa mia “particolare” famiglia religiosa che già da molto tempo prima che io arrivassi qui aveva iniziato a collaborare con l’Associazione. Una intesa profonda, quindi, tessuta nelle relazioni, nell’amicizia, main  special modo dal condividere  una sfida, quella che il grido dei giovani ci lancia: una richiesta di aiuto, una fame di senso, un orientamento. Questo grido ha tuonato forte nelle mie orecchie, mi ha scosso, mi ha provocato. Soprattutto durante le riunioni dell’equipe a cui ho avuto il dono di partecipare e che porto con me come uno scrigno prezioso di esperienze, di domande, riflessioni, condivisioni, di decisioni e appassionati confronti su come svolgere nel migliore dei modi il proprio lavoro. Mettendosi in discussione se necessario, ammettendo gli errori, chiedendosi reciprocamente aiuto. E non è affatto scontato vedere qualcuno che dopo tanti anni di professione non pretende di avere ragione ma propone, si interroga su quello che ha fatto  e su come, in futuro, migliorare, cambiare. In queste riunioni si è parlato di come accogliere i pazienti, di come ascoltare…eppure io ho avuto una dimostrazione di quanto occorra, prima di tutto, su se stessi lavorare. Perché non c’è una ricetta, non c’è un copione preciso da seguire, perché di fronte si hanno dei volti, delle storie di persone non isolate ma intrecciate a quelle delle proprie famiglie, dei contesti in cui si vive. Quasi sempre le situazioni sono delicate, le strade che si individuano sono sentieri e i tentativi che si fanno hanno una dose di rischio elevato. A volte sembra di camminare su un filo o impigliati in una fitta trama di problemi nei quali difficile è capire quale sia il più urgente, il prioritario. Sembra infatti che le cause si moltiplichino, si ramifichino, con la sensazione di non riuscire più a distinguere bene le cose, di esser finiti in un gioco di specchi in cui l’unico modo di uscirne è chiedersi seriamente se quello che si vede è la realtà o è un’altra immagine, seppur distorta, di se stessi. Per questo ho capito quanto sia prezioso non essere soli ma mettere in comune strumenti, idee, dubbi, esperienze, progetti. Ho capito quanto sia importante riferirsi a casi concreti, episodi accaduti, ma che in fondo anche questo da solo non basti. Perché ci serve agire, intervenire, ma anche riflettere, motivare, individuare una meta o dei piccoli passi su cui essere concordi. Abbiamo bisogno di comunicare, di comunicarsi, di unire il proprio personale bagaglio in un sapere. E lo dico così, “alla terza persona plurale”, perché non mi sono sentita esclusa da tale ricerca in questo tempo ma, al contrario, coinvolta. No, certo, so bene di non avere gli studi, nè la competenza per poter sostenere un dialogo su come si aiutano persone con disturbi del comportamento alimentare, ma mi sono sentita di agganciarmi, come in una cordata, durante questa faticosa e bella scalata. Se qualcuno adesso mi chiedesse: “ma verso quale vetta vi dirigete? E da lì dove siete arrivati la riuscite a  vedere?”, io risponderei dando voce ad un desiderio che attraversa il mio cuore come quello di ogni essere umano: “io cerco la Sapienza della vita, il segreto di far nascere, crescere e a imparare ogni giorno un po’ più ad amare. Sapienza che è più di un sapere, è dono ma anche cima da conquistare; sapienza per scegliere il bene, di intuirlo, costruirlo; sapienza che viene da altrove, più in alto di noi e che guarendoci ci fa capaci di guarire”.

Grazie a tutti, di cuore…in cammino con voi,

sr Stefania Baneschi fmGB

Perugia, 23 Maggio 2011