Testimonianze

A scrivere è una ragazza di 26 anni, convive con il suo disturbo alimentare da molti anni e stancatasi di soccombere ad esso ha deciso di scrivere una lettera al suo disturbo, 21\08\2018.

Ciao “problema”,
Non riesco a dire il tuo nome… perché?
Perché non sei semplicemente un termine, una parola, una
diagnosi…magari lo fossi.. anoressia.. Sei molto più di questo.
Sei l’infernale compagno che ritrovo nel letto ogni mattina, ogni
sera, ogni notte.. accompagni i miei sogni, i miei passi durante la
giornata..una lunga giornata scandita dal lento ticchettio del mio
orologio.. si sempre lì, pronto pronto a ricordarmi giorno dopo
giorno.. ora dopo ora.. minuto dopo minuto.. secondo dopo
secondo.. che sono tua. Che ti appartengo. Che sono una
marionetta e che sono sotto il tuo controllo.
Non so quando tutto è cominciato.. non so quando ci siamo
incontrate io e te.. so solo che mi hai preso per mano e mi hai
portata all’interno di una gabbia d’orata promettendomi
protezione. Era bella e io lì dentro credevo di essere felice ma
soprattutto protetta.
Mi sentivo forte, soddisfatta, sicura di me…non mi sentivo più la
ragazza spaesata, timida e insicura. Non mi sentivo più fuori
posto, avevo trovato un posto nel mondo e una modalità per
abitarvi.
Per tanto tempo mi hai illusa che fossi diversa..che fossi unica.
Così facendo mi hai fatto credere che quella fosse l’unica vita
possibile per me, mi hai fatto credere di non avere alternative.. di
non avere scelta.
Hai cominciato a pretendere l’impossibile da me… e io con tutte le
forze, cercavo di darti tutto quello che mi chiedevi pur di non
perderti. Mano a mano la gabbia diventava sempre più
stretta..non c’era spazio per il minimo errore e io per stare in quella
gabbia che tanto mi proteggeva e che tanto amavo, dovevo
diventare sempre più piccola. Ma fino a quando sarei dovuta
diventare piccola? Quando avrei potuto fermarmi? Quando avrei
iniziato a riscuotere ciò che mi promettevi? Ma soprattutto li avrei
mai riscossi? Ma tu una risposta a queste domande non me le hai
mai date. L’unica cosa che ripetevi era quella di continuare..
perpetuare su quella strada. Finché l’avrei percorsa mi dicevi che
mi saresti stato accanto, guidandomi e indirizzandomi, ma dovevo
obbedirti diligentemente. E questa è stata l’unica promessa che
aimè, hai mantenuto.
Poi ho capito.. ho capito che, sì, ero davvero diversa, ma non
diversa come avrei voluto. Non diversa nel senso positivo del
termine, non nel senso che ero quella persona che poteva fare la
differenza nel mondo, non diversa come avevi promesso di farmi
diventare…ma semplicemente malata.
Mi hai illusa, presa in giro, mentito, ferita. Mi hai fatto passare i
momenti peggiori della mia vita, me l’hai rovinata la vita. Ti sei
preso tutto; gli anni dell’adolescenza, del divertimento, delle gite
scolastiche, delle pizze e dei gelati con le amiche, delle prime uscite
con i ragazzi, tutte le opportunità e le possibilità datemi.
Hai fatto tua ogni mia scelta, dandomi l’illusione che fossi io a
scegliere… ma non ero nient’altro che una marionetta e tu il
burattinaio che muoveva le fila.
Hai fatto in modo da annullarmi completamente,
depersonalizzandomi, facendo si che mi identificassi in te.
Mi hai fatto sentire onnipotente, mi hai promesso, illudendomi, che
quella sensazione non sarebbe mai passata. Mi hai fatto credere di
avere il CONTROLLO..il controllo sulla mia vita, sulla vita
delle persone che mi circondavano. Ma eri tu a controllare me io
non ero più padrona della mia mente, del mio corpo, della mia
volontà.. della mia vita.
Odio il fatto che mi hai resa felice quando digiunavo o attuavo
mezzi di compenso; era allora che mi dicevi brava, era allora che
mi permettevi di gioire ed essere fiera di me e del mio operato. Ma
era una sensazione di felicità che durava quanto?Minuti? Secondi?
Poi ricominciavi a martellarmi e allora rientravo in quel maledetto
vortice.
Ti odio perché mi permettevi di apprezzare il mio corpo solamente
quando quel maledetto numero sulla bilancia scendeva.. X -1
chili… poi -2..-3, -4,-5… ti odio perché non era mai abbastanza
quel cavolo di numero. Ti odio perché mi paralizzavi,
impedendomi di reagire. Perché mi hai messo i paraocchi,
impedendomi di vedere ciò che mi circondava. Perché mi hai dato
un paio di occhiali che mi hanno offuscato la vista impedendomi di
vedere la realtà.
Non ti perdonerò e per un certo senso non me lo perdonerò
nemmeno mai io, il fatto che tutto questo inferno mi sia piaciuto.
Perché, nonostante tutto, il dolore più grande è stato accettare che
eri tu la causa della mia sofferenza, del mio dolore, del mio essere
cosi…malata.
Riesci a capirlo? Ti odio perché sei il mio sbaglio più grande…
ma che purtroppo non riesco ancora a rimpiangere.
Perché mi fai vivere una vita a metà.. in bilico tra te, la cura e la
guarigione.
Mi avevi promesso di diventare un nuovo inizio ma sei diventato il
principio della fine. Hai distrutto ciò che era mio, ciò che ero e ciò
che sarei potuta e voluta diventare.
Adesso lo so che non sei altro che una grandissima bugia.
Un’ipocrisia così grande e forte da sembrare, tuttavia, la realtà.
Ma non lo sei. Ora so che non lo sei. Mi fa male ammetterlo,
comprenderlo ed accettarlo… ma voglio farlo. Me lo merito.
Tornare indietro da te, in quella piccola gabbia, sarebbe davvero
la cosa più semplice al mondo… ma NO, questa volta taglio le fila
che mi legano a te e decido io. È la scelta più dura e dolorosa ma
soprattutto la più coraggiosa che potessi fare.
So benissimo che proverai ad insinuarti nella mia mente, nei miei
sogni, proverai in ogni modo a mettermi i bastoni tra le ruote e a
dirottare il mio percorso di guarigione.
Lo so ne sono consapevole
Cadrò ma sarò capace di rialzarmi.
Sono pronta. Non ti appartengo più.

 

 

Dedica di Cecilia Tironzelli

“Il Pellicano è un uccello.

Ma non è solo questo.

E’ un uccello che ci accoglie, ci abbraccia, ci fa sentire profondamente capite in un momento difficile della nostra vita.

In qualche modo ci presta le sue ali, mentre le nostre stanno per schiudersi.

Ci stringe tra le sue ali, facendoci sentire protette.

Ma soprattutto ci insegna a volare, sorrette dal soffio degli eventi di una esistenza non sempre semplice da affrontare.

Detto così può sembrare che il Pellicano sia un’ entità a parte da noi.

E invece no.

Il Pellicano siamo noi.

E crescendo scopriamo che le sue ali sono in realtà le nostre lacrime, di dolore ma anche di gioia.”

Cecilia Tironzelli

 

Riflessione di Sr Laura sulla dedica di Cecila Tironzelli

 

UN ALTRO PUNTO DI VISTA 

 

A volte guardare le cose da un altro punto di vista cambia totalmente la realtà.

È quello che è successo a me una mattina di fine marzo, di passaggio al Pellicano, in una banale e semplice attesa.

Non era la prima volta che mi imbattevo in queste parole, per cui fin dall’inizio provavo simpatia, perché dedicate a chi anch’io devo tanto. Parole scritte con una bella grafia, su un rosso che inevitabilmente risalta sul bianco del muro. Ma quell’attesa non prevista è stata la possibilità di fermarmi, di dare attenzione. Così spesso i nostri ritmi incalzanti di cose da fare, di parole da dire, non ci permettono di prestare attenzione… quell’attenzione che è, poi, ciò che dà qualità al susseguirsi costante dei giorni.

Anch’io quella mattina, come tante altre volte, venivo al Pellicano, proprio per sentirmi “accolta, abbracciata, profondamente capita”.

Eppure altre sono state le parole che quella mattina hanno come aperto una porta, hanno donato nuovi occhi per guardare ciò che credevo di conoscere, una posizione diversa da cui la realtà sembra inedita.

“Ali che stanno per schiudersi”

La mediocrità, a volte, tocca anche i giudizi con cui guardiamo chi si trova in difficoltà, forse solo più evidenti delle mie. E quella mattina la mediocrità, che avvolge così spesso i miei pensieri, è stata in qualche modo smascherata.

“No, non sono persone a cui le ali sono ormai spezzate.. ali da fasciare, curare; persone da riportare in piedi… forse alla men peggio… ma comunque ali spezzate. Sono, invece, ali che “stanno per schiudersi”.

Non è DOPO la vita.. non è “DOPO il tramonto”, ma è PRIMA. PRIMA di iniziare a vivere. “PRIMA dell’alba”.”

Non è solo un gioco di parole: pensarsi in un “non ancora”, piuttosto che in un “ormai”, cambia le cose. Le cambia totalmente. Dal di dentro.

Tutto ancora da vivere. Tutto ancora da conoscere.

Ali che in sé hanno tutta la potenza della vita. Ali quasi pronte a prendere il volo. Volo che ancora non conoscono.

E non ali che ormai hanno già volato, hanno già utilizzato il loro “biglietto di volo”… Ormai tardi. Scaduto.

No. Non è così.

Quasi pronte. E per questo hanno bisogno ora di chi presta loro le sue ali.

Vedersi così rende, forse, anche più accettabile il lasciarsi aiutare. Perché è legge di vita essere aiutati a fare il primo passo. Presi per mano e alzarsi in piedi per la prima volta: molto diverso dal guardarsi a terra perché caduti e dover essere aiutati a RI-alzarsi.

Quel giorno delle parole, lette in un’attesa qualunque, hanno aiutato anche me. Sempre così ostile a lasciarmi aiutare. Sempre così convinta di potercela fare da sola. Così ostinatamente impaurita nel farmi vedere bisognosa.

Mi hanno aiutato a comprendere che in alcuni luoghi della mia vita devo ancora iniziare a vivere davvero. Che sono in un PRIMA DELLA VITA VERA, e per questo ho estremo bisogno di chi mi faccia sentire protetta, di chi mi insegni a volare. Volare con ali che ancora non so di avere, che possono schiudersi perché io possa prendere il volo.

Oggi – e probabilmente sempre- io, come tutte voi, ho bisogno delle ali del Pellicano.

Perché “il Pellicano siamo noi”.

Sr Laura

 

Riflessione di L. P.

A me non sono bastate delle semplici parole per lasciarmi andare…sono molto testarda di mio e quando sono arrivata al Pellicano ero molto spaventata. Non mi fidavo di nessuno avevo paura che chiunque potesse farmi del male o pugnalarmi alle spalle. Da lì il mio origliare chiedere le quantità …non c’è bisogno faccia l’elenco penso mi conoscete sufficientemente. Credevo non mi avreste mai capita e potuta aiutare Solo io sentivo quello che sentivo. Ma soprattutto non volevo proprio cambiare perché la malattia mi serviva…per essere amata e considerata…lo avevo provato con mano più di una volta … fin da piccola … e che me ne importava se era un amore misto a compassione!?!…tra averlo o non averlo affatto mi accontentavo di questo… La verità è che avevo paura di accedere all’amore come a tutti i sentimenti che portano la gioia dentro noi… perché i sentimenti sono fatti così: sono periodi di tempo determinato… poi se ne vanno per fare spazio ad altri….avevo l’idea che una volta finito il piacere arrivava il dolore e poterci riaccedere significava subire sempre più male…questa era la mia teoria…Il vostro amore puro e incondizionato mi ha stravolta….non potevo non ricredermi… Chi avrebbe fatto così tanto per me?? Avete sopportato i miei capricci avete tenuto aperto durante giorni di festa mi avete chiamato per sapere come stavo e continuate a farlo… ecco il pellicano mi ha salvata non con semplici parole ma con fatti concreti…coi vostri abbracci con le vostre risate con la vostra dolcezza e scrupolosità. Ho cominciato a capire che è giusto che i sentimenti cambino e non siano per sempre… come pure le situazioni…non potevo avere un dietista tutto per me o il pasto differenziato faglia altri per sentirmi speciale…non valevo per il numero che pesavo o quanto mi facevo vedere sofferente…io ero la Lucia e ero unica nel mio essere come lo è ognuno di noi…e quando capisci questo non hai più bisogno di altro…il vostro amore mi ha fatto scoprire che anche i miei mi avevano fatta completa di ali…ali accantonate e medicate da voi…ali che hanno toccato le vostre. La vostra presa che non ha mai mollato e abbassato la guardia mi ha fatto sentire protetta e contenuta…ancora ricordo tutte le lettere e disegni con me e lei che ci tenevamo per mano…lei per me in realtà è stato un pò il mio pellicano… Comunque grazie a tutto questo ho potuto decidere che era il momento di provare a fare questo volo: le ali le avevo pronte e in salute in caso di necessità il paracadute (voi) anche…e mi fa strano ora ripensare a queste parole e darvi ragione…”arriverà quel giorno che ti comincerà ad andare stretto stare qua…la vita non è questa Lucia…non ti puoi ossessionare per un piatto di pasta o un chilo… arriverà il momento che non riconoscerai più il Pellicano nella tua casa… Non mi chiamerai più in continuazione… Mamma mia quanto è vero!!!…mi avete fatto rivolare… casa mia no ma posso dire che non riesco proprio ad alzare lo sguardo e avere brividi quando passando rivedo il Pellicano ….per sempre resterete la mia seconda famiglia e resterà impresso nel mio cuore.

 

Lettera delle pazienti del Pellicano, 26 Novembre 2016

..L’ARTE di RICUCIRE Sé STESSI..

Scrivere questa lettera è stata una delle cose più difficili da fare da quando siamo arrivate al Pellicano.

“E’ perché ve l’hanno forse imposto ?”- vi chiederete voi..  No, non ce l’hanno imposto, ci è venuto dal cuore perché  doveroso , perchè ,non essendo insieme a voi oggi, lo ritenevamo doveroso per voi e per tutte le  altre pazienti .

Pazienti.. di nome e di fatto.. “pazienti” perché le ali del Pellicano stanno curando le nostre ferite ancora sanguinanti e aperte ,e “pazienti” perché, per uscire da una malattia come la nostra, ci vuole forza e la forza nel lungo periodo è data solo dalla pazienza.

Parlare a cuore aperto di fronte a così tanta gente è dura, pur facendolo indirettamente o per bocca d’altri è dura… e forse sarà dura anche per voi ascoltare la voce di tante ragazze che, come pensano in molti, da anni stanno combattendo a vuoto  una battaglia contro loro stesse, sfidando la morte e prendendosi gioco della vita.

Ma l’anoressia, la bulimia, l’obesità sono molto di più.. sono un qualcosa che forse nemmeno in termini scientifici è possibile spiegare.. sono dei veri e propri parassiti che ti entrano dentro, risucchiando ogni tua energia, tenendoti prigioniera in un mondo privo di emozioni, di sapore, di colore, di libertà.Ed uscire da quel mondo di cui spesso non hai la percezione di essere schiava, fa paura, una gran paura.. perché il disturbo in un certo senso: “ Ti coccola, ti protegge dalle insidie esterne, ti fa sentire padrona di te stessa e degli altri, non lasciandoti mai sola…”.

Il Pellicano in questo rappresenta per noi, per tutte noi, l’antidoto alla paura.. quella paura che ci attanaglia di giorno e di notte e che alle volte c’impedisce di crederci fino in fondo, di sperare che una guarigione, una VERA guarigione, dopo tanti anni di sofferenza, sia davvero possibile.

Problematiche come le nostre vengono spesso sottovalutate da molti, in pochi sembrano prenderle ed affrontarle sul serio. Tanto che il più delle volte le persone coinvolte non sono in grado di sentirsi“malate”, per questo non sanno chiedere aiuto, non si lasciano aiutare  non si fidano e non si affidano, non  collaborano attivamente con i medici e gli operatori.

Il nostro, è un disturbo ostico, da cui sappiamo che si esce solo grazie ad una forte alleanza con i  terapeuti seguendo un percorso costantemente monitorato…  che ,come ogni processo di risalita costa impegno, sacrificio, lavoro … non solo a noi, ma agli specialisti, ai volontari e alle famiglie che LOTTANO con noi.

Il Pellicano ha bisogno di sostegno e nutrimento per volare alto e l’iniziativa “Una sciarpa per vincere anoressia e bulimia”è finalizzata proprio a questo: la sciarpa è un simbolo, uno strumento utile non solo a scaldare chi la indossa, ma anche sostenere  le attività della struttura di cui facciamo parte.

Uno degli operatori del centro, usando le parole del padre fondatore dello scoutismo molte volte ci dice “Ricorda che dietro la nuvola nera c’è sempre il sole, perciò guarda lontano e quando pensi di guardar lontano, guarda ancora più lontano.”

Grazie a tutti voi che avete accettato il nostro invito,grazie alla signora Maura a cui promettiamo ,se lei vorrà,di incontrarla in forma privata nella sua casa quando sbocciano le rose.

Con affetto, le ragazze del Pellicano

 

 

 

Lettera del 25 ottobre 2016

Carissima Dottoressa,

che emozione ricevere la sua telefonata. Non può capire quanto!
Ho visto il video dell’inaugurazione della nuova sede ed è davvero bellissima!!! Complimenti!!!
Per me il Pellicano ha rappresentato un argine verso la deriva autodistruttiva che avevo preso. Non un argine forte in senso assoluto, ma dolce e tenace, come solo le donne sanno essere.
Ci sono voluti anni e tanti stimoli differenti, in realtà sono stata una capocciona, ma ad un certo punto ci ho creduto che in me c’era qualcosa oltre la malattia, oltre le mie imperfezioni e che anche quelle potevano essere amate teneramente, perché intorno a loro si era acculata tanta sofferenza. 
Mi ricordo esattamente i due laboratori durante i quali in me è scattata la molla che ha aperto la porta che mi teneva chiusa dentro me stessa. 
Vivere le mie emozioni, dargli un nome e riuscire a capire a quale emozione stavo reagendo con il cibo, cercare una risposta alternativa, possibile. 
Accettare il dolore, la frustrazione, la noia, come parte della vita, come un momento e non come una condanna e poterli vivere senza dover essere “sedata” con il cibo, ansiolitici, alcool. 
Questi sono stati due momenti fondamentali della mia guarigione, iniziata però molto prima, quando ancora non lo sapevo e non immaginavo neppure che sarei potuta guarire.
La malattia ti crea il vuoto intorno. Un po’ perché chi non sta in pace con sé stesso è sfuggente, un po’ perché le persone non hanno spesso la pazienza di cercare un contatto profondo con gli altri, si fermano all’apparenza e, talvolta, l’apparenza è poco accogliente. Le riunione (del giovedì?) erano importanti, ma era ancora più importante quello che succedeva prima , dopo, intorno a quegli incontri. Vedersi fuori, andare a pranzo insieme. Portarci dietro normalità e anormalità. Poterci dire, “sono stata male stanotte” e non dover aggiungere altro, perché l’importante era essere lì in quel momento, anche se barcollanti. Ed è per questo che M. e C. mi resteranno sempre nel cuore, come lei che mi ha aiutato, con caparbietà almeno uguale e contraria alla mia nello star male 😉 Sono passati anni ed oggi faccio fatica quasi a rivivere e pensare possibile quel pensiero ossessivo e cieco, che oscurava tutto, dominando completamente la scena. E il solo dirlo, mi rendo conto, è un vero miracolo!

S.

 

 

 

I miei due mesi al pellicano

Perugia, 23 Maggio 2011

Non è solo questione di mani o di cose da fare. Si chiama “laboratorio” , uno spazio per creare, per inventare, per colorare, cucire, ricamare…ma non solo, altrimenti io me ne sarei stata lì, con le mani in mano, a guardare le altre con i loro lavoretti da  finire, o le perline da infilare. Come una osservatrice esterna,  una semplice spettatrice a cui alla fine interessa vedere un prodotto, un risultato, qualcosa. Anche se poi non è completo, anche se poi non è finito. Ma almeno ha bisogno di vedere che qualcosa si è fatto, che il tempo non è stato sprecato, che è stato speso bene. Invece la differenza sta proprio qui: nella scelta tra l’oggetto o il progetto, tra la cosa da fare o il cominciare,  tra lo sforzarsi di essere utili o il coinvolgersi, l’impegnarsi. E sono stata coinvolta anche io in questa scelta appena arrivata qui. Se avessi contato su quello che sapevo fare, sulla mia capacità manuale, creativa, su quello che avrei saputo insegnare, o se avessi  dovuto avere l’esperienza necessaria, la competenza per stare con le pazienti o le signore che frequentano il Pellicano, se avessi dovuto dimostrare una qualsiasi predisposizione a prendermi cura degli altri…sarei certamente rimasta delusa da questa esperienza perché mi avrebbe richiesto una grande fatica per poi ottenere scarsi risultati, per poi accorgermi che quello che cercavo…era sentirmi brava. “Brava Stefania, hai fatto un’opera buona”. Se tornando a casa, fosse stata questo l’unico dialogo con me stessa forse mi sarei sentita in pace, a posto, ma, in  fondo poi, sarei rimasta la stessa di prima, sarebbe stata una esperienza che non mi avrebbe toccato in profondità come invece è accaduto.

Cos’è stato allora a toccarmi, a incidere il superficiale buonismo, la bella facciata? E’ stato l’essere accolta in un luogo “di tutti”, dove non ci sono distinzioni, steccati, tra chi dà e chi riceve, non ci sono ruoli così impermeabili, ma chi c’è mette in gioco se stesso,non rimane in disparte, non sta a guardare. Chi viene al laboratorio, infatti, si mette a sedere allo stesso tavolo. A volte siamo in pochi, a volte invece ci stringiamo perché non bastano le sedie. Se lo spazio fisico è poco, è grande la libertà che è data a ciascuno, è uno spazio familiare, dove viene spontaneo, naturale, mentre si lavora, cominciare a conoscersi, comunicare, ascoltare, interessarsi. Così, pian piano ci si avvicina, non solo perché sappiamo qualcosa in più gli uni degli altri, o perché io comincio ad accorgermi di più delle fragilità o dei limiti delle pazienti, non solo perché mi dicono cosa hanno fatto il giorno prima, una bella passeggiata o un litigio in famiglia…no, a farmi sentire le loro vite vicine alla mia non è neanche il nascere di una simpatia né tantomeno di una sfumatura di compassione per le loro miserie. Non è stato facile per me così attenta a quello che provo, a ciò che più o meno mi coinvolge il cuore, capire che non era il muoversi dei sentimenti ad accorciare le distanze. Ciò che  ci univa invece era il percepire di essere così tanto simili da accorgersi che ogni diversità diventava minima. Simili cioè, perché sullo stesso cammino. Diverse infatti erano le età, le provenienze, le storie, le ferite, le fragilità, i doni di ognuno, eppure tutti, allo stesso modo, ci trovavamo di fronte ad un comune  e ripetuto inizio. Quale che fosse stata la settimana trascorsa, quale che fosse il motivo per cui ci ritrovavamo lì, la fatica che stavamo vivendo, proprio dentro tutti i limiti esterni o interni, sopportabili o pesanti, ben visibili o nascosti, dentro questa piccola stanza, dentro le nostre mani più o meno esperte, noi ci ritrovavamo un tesoro di possibilità, e questa era la nostra meravigliosa e sorprendente ricchezza . Perché nessuno di noi può dire di essere arrivato, di essere, in se stesso, un “prodotto finito”. Noi siamo tanto vicini perché nessuno di noi è chiuso in un “ormai” ma è inevitabilmente proteso verso il nuovo, l’inedito, il futuro. Come diceva Herder  “noi non siamo propriamente uomini ma lo diventiamo”. E nessuno ne è escluso…per questo io riconosco che le nostre diversità in fondo ci hanno avvicinato, e che non è stato tanto importante riuscire o no a ricamare un fiore o a colorare dentro i contorni di un disegno…ma l’importante è che io stessa  abbia scelto o che  qualcun altro mi abbia mostrato la bellezza di scegliere di essere viva, di essere persona. Persona, anche se segnata gravemente da una malattia; persona, con una vita che ha sempre dignità, che ha senso, che, pur nell’estrema povertà non può che  custodire almeno una scintilla, un seme, dai quali ogni giorno si può ricominciare. E (permettetemi una personale opinione) a chi grida che la più alta libertà umana è chiamare la morte “buona”,come un  “bene”, c’è chi tenacemente, ma senza far rumore, afferma che è la vita ad avere sempre – anche se duole- un valore.  E questo, anche se non mi autorizza affatto a giudicare, mi fa pensare almeno a  quanto ci preoccupiamo di come dovrà essere il momento della nostra “fine” e a quanto poco prestiamo attenzione a quei momenti in cui, scoprendo qualcosa del mondo, degli altri o del cuore, noi potremo invece “rinascere”. Ogni volta che prendo una stoffa e la penso un vestito, ogni volta che coloro un foglio bianco, ogni volta che un altro mi chiede “posso fare qualcosa, posso dare una mano?”…questo io intendo col dire “rinasco”: quando continuo a plasmare quell’opera mai conclusa che io sono, oppure quando mi supero, quando mi stupisco.

Così io ho vissuto questi miei due mesi al laboratorio del Pellicano. Due mesi in cui credevo sarei stata io ad offrire “una mattinata”e invece mi son ritrovata a ricevere il dono di un tempo moltiplicato, arricchito, dal gusto di imparare a sentire la vita come qualcosa di buono  da scegliere, a cui dedicarsi. Il gusto di scoprire che si può venire alla luce ogni giorno e che dà una incredibile gioia sostenere dell’altro ogni inizio, ogni piccolo passo, ogni gesto che dice “io esisto, sono qua e ,come un verbo al gerundio, io sto diventando, scoprendo, il mistero della mia persona…”

Io non so se c’è qualcosa di più bello da ammirare in questo mondo del mistero della vita umana, per questo bisogna spendersi, impegnarsi in tutti i modi con tutti i mezzi a custodirlo. Ed è questa alta, difficile e delicata missione ad unire il Pellicano alle Suore francescane di Gesù Bambino. Per questo motivo ho sempre sentito di stare in questo luogo portando me stessa ma non solo: la fraternità di Perugia insieme a questa mia “particolare” famiglia religiosa che già da molto tempo prima che io arrivassi qui aveva iniziato a collaborare con l’Associazione. Una intesa profonda, quindi, tessuta nelle relazioni, nell’amicizia, main  special modo dal condividere  una sfida, quella che il grido dei giovani ci lancia: una richiesta di aiuto, una fame di senso, un orientamento. Questo grido ha tuonato forte nelle mie orecchie, mi ha scosso, mi ha provocato. Soprattutto durante le riunioni dell’equipe a cui ho avuto il dono di partecipare e che porto con me come uno scrigno prezioso di esperienze, di domande, riflessioni, condivisioni, di decisioni e appassionati confronti su come svolgere nel migliore dei modi il proprio lavoro. Mettendosi in discussione se necessario, ammettendo gli errori, chiedendosi reciprocamente aiuto. E non è affatto scontato vedere qualcuno che dopo tanti anni di professione non pretende di avere ragione ma propone, si interroga su quello che ha fatto  e su come, in futuro, migliorare, cambiare. In queste riunioni si è parlato di come accogliere i pazienti, di come ascoltare…eppure io ho avuto una dimostrazione di quanto occorra, prima di tutto, su se stessi lavorare. Perché non c’è una ricetta, non c’è un copione preciso da seguire, perché di fronte si hanno dei volti, delle storie di persone non isolate ma intrecciate a quelle delle proprie famiglie, dei contesti in cui si vive. Quasi sempre le situazioni sono delicate, le strade che si individuano sono sentieri e i tentativi che si fanno hanno una dose di rischio elevato. A volte sembra di camminare su un filo o impigliati in una fitta trama di problemi nei quali difficile è capire quale sia il più urgente, il prioritario. Sembra infatti che le cause si moltiplichino, si ramifichino, con la sensazione di non riuscire più a distinguere bene le cose, di esser finiti in un gioco di specchi in cui l’unico modo di uscirne è chiedersi seriamente se quello che si vede è la realtà o è un’altra immagine, seppur distorta, di se stessi. Per questo ho capito quanto sia prezioso non essere soli ma mettere in comune strumenti, idee, dubbi, esperienze, progetti. Ho capito quanto sia importante riferirsi a casi concreti, episodi accaduti, ma che in fondo anche questo da solo non basti. Perché ci serve agire, intervenire, ma anche riflettere, motivare, individuare una meta o dei piccoli passi su cui essere concordi. Abbiamo bisogno di comunicare, di comunicarsi, di unire il proprio personale bagaglio in un sapere. E lo dico così, “alla terza persona plurale”, perché non mi sono sentita esclusa da tale ricerca in questo tempo ma, al contrario, coinvolta. No, certo, so bene di non avere gli studi, nè la competenza per poter sostenere un dialogo su come si aiutano persone con disturbi del comportamento alimentare, ma mi sono sentita di agganciarmi, come in una cordata, durante questa faticosa e bella scalata. Se qualcuno adesso mi chiedesse: “ma verso quale vetta vi dirigete? E da lì dove siete arrivati la riuscite a  vedere?”, io risponderei dando voce ad un desiderio che attraversa il mio cuore come quello di ogni essere umano: “io cerco la Sapienza della vita, il segreto di far nascere, crescere e a imparare ogni giorno un po’ più ad amare. Sapienza che è più di un sapere, è dono ma anche cima da conquistare; sapienza per scegliere il bene, di intuirlo, costruirlo; sapienza che viene da altrove, più in alto di noi e che guarendoci ci fa capaci di guarire”.

Grazie a tutti, di cuore…in cammino con voi,

S.B.

 

 

Il gruppo psico-nutrizionale per me…

 

Il gruppo proprio non lo volevo fare.

Non volevo aprirmi ad altre persone.

Non erano amici, colleghi, conoscenti e nemmeno parenti.

Invece in loro ho trovato la mia forza, nei loro sorrisi, tra le loro lacrime,

la loro forza, tutto questo è diventato mio, ed il mio è diventato loro,

Ci piace parlare, ci diamo da fare a darci consigli l’uno con l’altro

mentre c’è chi ci studia negli occhi, nell’espressione e ci scopre il cuore per aiutarci.

Ci sentiamo in colpa perché sentiamo non avere grossi problemi.

Ma qui c’è chi ci fa capire che ognuno di noi è importante

e che se quel problema per piccolo che sia ci fa stare mare

allora non è né piccolo né meno importante di altri e tocca….si ci tocca d’affrontarlo….. senza mangiarlo.

 

 

 

Il Pellicano

Andare al pellicano è stato con la sensazione di entrare in un mondo di libertà, per me l’inizio di un nuovo sentire.

Incontro dopo incontro ho potuto realizzare una potenzialità che era dentro di me ma si incagliava sempre,

senza che io ne potessi capire il perché.

Sentirmi vera e libera tanto da comprendere di poter volere quello che faccio mi ha dato un passo nuovo,

cos’ che sentirmi meglio ed avere il peso più giusto è ora per una realtà.

Ringrazio per la delicatezza e l’accoglienza gli operatori che mi accompagnano con la qualità del loro lavoro.